Un’analisi dell’Università di San Diego ha dimostrato che sistemi come GPT-4.5 possono sembrare “più umani degli umani” nel test di Turing
Negli ultimi anni, il panorama dell’intelligenza artificiale ha registrato un’evoluzione straordinaria, ponendo interrogativi che sfiorano i confini della filosofia e della tecnologia. Il recente studio condotto dall’Università di San Diego ha portato alla ribalta un tema affascinante: GPT-4.5, un modello di linguaggio sviluppato da OpenAI, ha superato il test di Turing. Questa notizia ha suscitato un acceso dibattito sul significato di “intelligenza” nell’era digitale e sulle implicazioni sociopolitiche di tali scoperte.
Il test di Turing, ideato da Alan Turing nel 1950, è un esperimento mentale concepito per valutare la capacità di una macchina di esibire un comportamento indistinguibile da quello umano. In una configurazione tipica, un interrogatore interagisce via testo con due interlocutori: uno umano e uno artificiale. Se l’interrogatore non riesce a identificare quale interlocutore sia la macchina, si può dire che quest’ultima ha “passato” il test. Sebbene non misuri l’intelligenza in senso ampio, il test rappresenta un indicatore cruciale della capacità delle macchine di imitare l’interazione umana.
Lo studio dell’Università di San Diego ha messo a confronto diversi sistemi conversazionali tra cui ELIZA, un chatbot pionieristico degli anni ’60, GPT-4o e LLaMa-3.1-405B, insieme al più recente GPT-4.5. La ricerca ha coinvolto partecipanti universitari e utenti reclutati tramite la piattaforma Prolific. Questi hanno avuto l’opportunità di condurre conversazioni di cinque minuti, interagendo simultaneamente con un umano e con uno dei sistemi AI. L’elemento innovativo dell’esperimento è stato l’utilizzo di due tipologie di prompt: uno standard e uno che invitava il sistema ad assumere una personalità definita. Questa strategia ha dimostrato un impatto significativo sulla percezione degli utenti.
I risultati dello studio sono stati sorprendenti. GPT-4.5, quando programmato con un prompt che incoraggiava l’assunzione di una personalità, ha ottenuto un tasso di riconoscimento umano del 73%. Questo significa che oltre il 70% dei partecipanti ha creduto di interagire con un essere umano, un dato che ha acceso nuove discussioni sulla natura dell’intelligenza artificiale. Al contrario, altri sistemi come ELIZA e GPT-4o hanno mostrato performance decisamente inferiori, con tassi di riconoscimento che non superavano il 30%.
Questa evidenza empirica non solo suggerisce che GPT-4.5 possa ingannare gli utenti, ma solleva interrogativi su come percepiamo l’intelligenza artificiale. Come afferma il professor James Anderson, esperto di IA all’Università di Stanford, “L’abilità di GPT-4.5 di superare il test di Turing dimostra che le macchine non stanno solo diventando più intelligenti, ma anche più empatiche nella loro comunicazione”.
La capacità di GPT-4.5 di simulare conversazioni umane in modo così convincente ha implicazioni significative per vari settori. Nella sanità, ad esempio, chatbot avanzati potrebbero offrire supporto psicologico o assistenza ai pazienti, mentre nel customer service, aziende di ogni dimensione stanno già implementando soluzioni AI per migliorare l’esperienza del cliente. Tuttavia, questi sviluppi pongono anche sfide etiche e legali. Se una macchina può ingannare un essere umano, quali sono le responsabilità di chi la sviluppa e la utilizza?
Il dibattito si estende anche all’occupazione. Con l’aumento dell’automazione, molti temono che i posti di lavoro tradizionali possano essere a rischio. Ma come osserva la dottoressa Elena Rossi, economista e specialista in tecnologia e lavoro, “l’intelligenza artificiale non è una sostituzione, ma un’evoluzione. Le competenze richieste nel mercato del lavoro stanno cambiando, e le persone dovranno adattarsi”.
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